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LEGGERE E CAPIRE LA MUSICA

Questo è l’estratto dell’articolo.

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LA NOTAZIONE

Il pentagramma e le note sul rigo

La scrittura musicale si chiama notazione e stabilisce in particolare:

  • La posizione del suono (la sua altezza).
  • La sua durata nel tempo.

Note, pentagramma chiave

Una delle caratteristiche del suono è l’altezza, che dipende dal numero di vibrazioni al secondo (frequenza).

Ogni nota ha una diversa frequenza, quindi una diversa altezza.

Nella scrittura musicale, le note sono indicate da cerchietti.

Per interpretare la musica è indispensabile individuare l’altezza delle note. Per fare questo, le note sono scritte sul pentagramma.

Il pentagramma (o rigo musicale) (dal greco penta= cinque; e gramma= righe) è composto da cinque righe che delimitano quattro spazzi.

La posizione delle note sul rigo dà subito un’indicazione generale della loro altezza: le note più basse (più gravi) sono scritte in basso; man mano che la loro posizione sale rispetto al rigo le note diventano più alte (più acute).

Le note musicali sono sette: Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si e si rappresentano con simboli collocati sulle righe e negli spazi.

Le righe e gli spazi del pentagramma sono numerati dal basso verso l’alto.

Per stabilire il nome delle note rappresentate nel pentagramma, all’inizio del rigo musicale si mette un simbolo, che è detto chiave.

chiave di violino

La chiave più usata, la chiave di violino: stabilisce che la nota posta sulla seconda linea del pentagramma è un Sol ( per questo è anche detta chiave di Sol).

la chiave più usata

I nomi delle altre note si stabiliscono di conseguenza, tenendo presente la successione dei nomi (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, Do) e quella delle posizioni ( il primo spazio viene dopo la prima riga, la seconda riga dopo il primo spazio, e così via).

L’altezza della nota Sol, suggerita dalla chiave, corrisponde a quella del Sol centrale del pianoforte, chiamato Sol3.

sol3

Note oltre il rigo: i tagli addizionali.

Se contiamo il numero delle note che si possono scrivere all’interno di un pentagramma, ci accorgiamo che è inferiore al numero delle note che si possono suonare sulla tastiera del pianoforte.

Questo ci suggerisce che, oltre alle note finora trattate, ce ne sono altre. Mantenendo lo stesso principio (le note più alte si rappresentano più in alto) queste altre note superano i limiti del pentagramma, invadendo lo spazio superiore e inferiore non delimitato da linee e spazi.

Immaginiamo ora che per rappresentare le note sopra e sotto il pentagramma ci siano righe e spazi, che chiamiamo “sopra-linee” e “ sotto-linee”: naturalmente, non rappresenteremo le righe, utilizzeremo solo dei frammenti che porremo sopra, sotto o attraverso la nota solo quando ci serviranno.

Questi frammenti di linee aggiunte sono i tagli addizionali e sono detti taglio di testa se attraversa il cerchietto della nota e taglio di collo quando non attraversa il cerchietto della nota.

tagli addizionali 1

 

tagli addizionali in chiave di basso

Il setticlavio

Oltre alla chiave di violino, possono essere utilizzate altre sei chiavi. Queste chiavi prendono il nome dalle corrispondenti voci:

Basso, Baritono, Tenore, Sopranino ( o di Violino), Contralto, Mezzo-soprano e soprano. Le chiavi sono suddivise in tre gruppi a seconda la nota che indicano:

  • Chiavi di Do (tra i due punti o accanto alla freccia della chiave è indicata la nota Do).
  • Chiavi di Fa (Tra i due punti o accanto alla freccia abbiamo la nota Fa).
  • Chiave di Sol (è unica ed inconfondibile; viene chiamata chiave di violino o di “sopranino”, perché veniva usata per rappresentare le voci bianche).
    Il setticlavio è riservato soltanto ad alcune strumenti e voci e le due chiavi più usate sono quella di violino e quella di basso.

    setticlavio

Impiego del setticlavio negli strumenti

scala generale dei suoni

Esiste un sistema per agevolare la lettura. Si sfrutta il fatto che i nomi delle note si ripetono: dopo Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si; si ricomincia daccapo: Do, Re, Mi e così via. Il nome dell’ottava nota nella successione è uguale a quello della prima; il nome della sedicesima è uguale a quello della prima, e così via. Il sistema consiste nello scrivere le note acutissime più in basso e nel porre sopra di esse un 8 o un 16, a indicare che quelle note vanno eseguite un 8 o un 16 note sopra la scrittura indicata. Per agevolare la lettura delle note più basse, il compositore cambia la chiave posta all’inizio del pentagramma. La chiave più adatta è la chiave di basso.

Il pianoforte e gli strumenti a tastiera più complessi (celesta, organo clavicembalo ecc…), invece di utilizzare una sola chiave, ne usano due: la chiave di violino per le note più acute e quella di basso per le gravi.

Le caratteristiche del suono: l’altezza

grave
Due suoni possono essere molto diversi fra loro.
Quando percepiamo dei suoni, ci rendiamo conto senza difficoltà che non sono uguali: è più difficile dire esattamente in che cosa consista la differenza.
Consideriamo una particolare sorgente sonora: la nostra voce.
Possiamo cantare una canzone qualunque: la nostra voce emette suoni diversi. La differenza più evidente è che i suoni sono di altezza diversa: alcuni sono più acuti, altri più gravi.
Ogni suoni è prodotto dalle vibrazioni emesse da una sorgente sonora: il suono è tanto più acuto quanto più elevato è il numero delle vibrazioni che la sorgente sonora compie in un secondo; viceversa quanto più basso il numero delle vibrazioni, tanto più grave risulta il suono.
Il numero di vibrazioni in un secondo si chiama frequenza.
Possiamo affermare che i suoni che presentano una vibrazione veloce e quindi un’alta frequenza si dicono acuti, i suoni che presentano una vibrazione lenta e quindi una bassa frequenza si dicono gravi.
Gli strumenti musicali sono in grado di produrre note (suoni) acute e note gravi.
Le note gravi di no strumento a tastiera (pianoforte, organo ecc.) sono prodotte dai tasti che si trovano a sinistra dell’esecutore, le note acute dai tasti a destra.

 

Come nasce il suono

Museo_della_musica_di_Barcellona

Il suono consiste nella trasmissione di vibrazioni, emesse da una sorgente sonora, attraverso un ambiente fisico, che può essere l’aria o un liquido o un solido.
le vibrazioni della sorgente provocano alternativamente delle compressioni e delle rarefazioni nell’aria circostante: nel suo movimento la sorgente spinge le particelle dell’aria quando si muove in un senso, mentre lascia una zona di aria meno compressa ( più rarefatta) quando si muove nel senso opposto.
queste comprensioni e rarefazioni alternate si propagano nell’aria: sono onde di pressione, dette anche onde acustiche.

Il numero delle vibrazioni in un secondo si chiama frequenza. l’unità di misura della frequenza è l’hertz (Hz)

Le onde acustiche possono essere trasformate in onde elettriche mediante un microfono e quindi visualizzate su un oscilloscopio.

Non tutte le frequenze possono essere percepite dal nostro orecchio: il nostro apparato uditivo è fatto in modo tale da poter percepire solo frequenze superiori ai 16 Hz e inferiori ai 20.000 Hz (questi valori sono “medi”: non tutti hanno un buon udito, e ci sono anche persone dotate di un udito eccezionale.)

per le frequenze inferiori ai 16 Hz si parla di infrasuoni; per quelle superiori ai 20.000 Hz si parla invece di ultrasuoni.

A differenza dell’uomo, vi sono animali in grado di percepire anche gli ultrasuoni ( i cani per es.) o gli infrasuoni (alcuni animali marini).

La comunicazione sonora

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Gli oggetti che inviano il suono rappresentano la fonte sonora.
Il suono e le note rappresentano un codice che permettono la costruzione dell’informazione , cioè il messaggio.
Il messaggio passa da chi lo emette (l’emittente) a chi lo riceve (il ricevente) attraverso un ambiente fisico (il canale).
Analizzare il suono per avere la possibilità di capire ciò che vuol dire, significa approfondire la conoscenza di tutte le componenti della comunicazione sonora.

Suoni e rumori della casa

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Nell’ambiente in cui trascorri parte del tuo tempo i suoni e i rumori sono diventati voci familiari.

Essi sono prevalentemente artificiali, non sempre hanno l’intenzione di comunicarti qualcosa, eppure ti danno informazioni della vita che si conduce nella tua famiglia.

  • Suoni e rumori caratterizzano ogni ambiente: quindi possiamo parlare di ambienti sonori.
  • alcuni rumori sono ripetitivi: anche indirettamente ci danno informazioni sia sul modo in cui si vive, sia sule persone che vivono nell’ambiente.
  • Dai suoni e rumori che si sono familiari e che si ripetono con una certa regolarità possiamo avere anche indicazioni sull’ora del giorno.

Suoni e rumori intorno a noi

Ogni nostra esperienza è accompagnata da suoni e da rumori particolari, che percepiamo intorno a noi.

Concert

Ogni nostra esperienza è accompagnata da suoni e da rumori particolari, che percepiamo intorno a noi.

  • suoni e rumori convivono con noi.
  • Rumori o suoni si definiscono naturali se prodotti da eventi, animali, cose esistenti in natura (tuono, uccellini che cantano, rumore della cascata, stormire di fronde, voce di un uomo ecc.) mentre si definiscono artificiali se prodotti da macchine o strumenti costruiti dall’uomo.
  • I rumori e i suoni che ci circondano possono suscitare sensazioni diverse: paura, piacere, fastidio ecc.
  • tutti i rumori e i suoni ci comunicano qualcosa: alcuni intenzionalmente, altri non intenzionalmente.

L’armonia

Il sistema di far convivere i suoni.

Ci siamo occupati dei rapporti tra suoni, partendo dalle distanze più brevi che intercorrono tra esse, definendo gli intervalli e occupandoci delle scale maggiori e minori. Tutto ciò che abbiamo esaminato fino a questo momento riguardava le successioni di suoni: analizzavamo sempre il pentagramma “ in orizzontale”: è questo l’aspetto melodico della musica.

Ora considereremo, invece, gli effetti che si ottengono in musica sovrapponendo più suoni (cioè eseguendo più suoni contemporaneamente).

La parola “armonia” è sempre sinonimo di unione, star bene insieme, ecc. In musica, parlando di armonia, ci si riferisce alle combinazioni di due o più suoni simultanei, al risultato della combinazione e alle regole da applicare per ottenere combinazioni gradevoli e interessanti.

Per capire la differenza fra melodia e armonia:

  • Melodia = successione di note
  • Armonia = sovrapposizione di note

L’accordo di tre suoni

Partiamo subito da una semplice definizione:

L’accordo è la sovrapposizione di note a distanza di terza l’una dall’altra.

Consideriamo una scala, per es. quella di Do maggiore:

scala maggiore di Do

Se vogliamo sovrapporre tre note a distanza di terza, partendo dalla prima nota della scala di Do maggiore, avremo: Do – Mi – Sol.

L’accordo, quindi, sarà così formato:

accordo di Do maggiore

L’accordo (che in questo caso si può chiamare anche triade, perché è formato da tre suoni) prende il nome dalla nota che si trova alla base, cioè dal suono più basso.

Proviamo ora a costruire un accordo considerando sempre i suoni della scala di Do maggiore, ma partendo dalla nota Re:

Re minore

Osserviamo con attenzione i due accordi che abbiamo creato: Do e Re-.

Diciamo che il promo accordo (Do – Mi – Sol) è un accordo maggiore mentre il secondo ( Re – Fa – La ) è minore. Per capire perché, prendiamo in esame le prime cinque note a partire dalla nota base di ciascun accordo e valutiamo le distanze, in semitoni e toni, che intercorrono fra esse:

  • Maggiore = 1 tono + 1 tono + 1 tono + ½
  • Minore = 1 tono + ½ + 1 tono + 1 tono

L’intervallo tra il primo e il secondo suono è, nel primo caso, di 2 toni, nel secondo di un tono e mezzo.

L’intervallo tra il primo e terzo suono della triade, invece, è sempre lo stesso (tre toni e mezzo). La differenza tra le distanze delle prime due note dei due accordi è dovuta alla nota centrale dell’accordo. Questa è chiamata mediante, perché sta in mezzo all’accordo, o modale, in quanto stabilisce il modo ( maggiore o minore) delle composizioni musicali.

Perciò: quando in un accordo la distanza che intercorre fra il primo e il secondo è di 2 toni l’accordo è maggiore, mentre se la distanza è di 1 tono e mezzo l’accordo è minore.

Posizione fondamentale e rivolti degli accordi

Un accordo, secondo la posizione che assumono le note che lo compongono, si dice “in stato fondamentale”, “in primo rivolto” o “in secondo rivolto”.

È importante lo studio dei rivolti di un accordo in quanto, secondo la posizione che assumono i suoni che lo formano, si possono avere effetti che all’orecchio sono diversi.

Stato fondamentale significa che le note hanno questa numerazione: 1 – 3 – 5 . l’accordo però può essere scritto in modo diverso, utilizzando le stesse note in un altro ordine:

  • Stato fondamentale: 1 – 3 – 5
  • Primo rivolto: 1 – 3 – 6
  • Secondo rivolto: 1 – 4 – 6
    posizione fondamenta e rivolti

La numerazione degli accordi prende come punto di partenza la nota più bassa, a cui è dato il numero 1. La numerazione degli altri suoni è assegnata in base alla distanza che intercorre tra il primo e quelli successivi.

Pur rimanendo uguali, le note che compongono l’accordo sono sovrapposte in maniera diversa.

Come riconoscere la nota fondamentale negli accordi.

Il sistema migliore per riconoscere la nota fondamentale dell’accordo è il seguente:

  1. Numerare i tre suoni dell’accordo attribuendo al più basso (quello che sta sotto) il n. 1.
  2. Contare le distanze che intercorrono fra questo suono e quelli superiori e numerarli.
  3. Memorizzare questa regola:
    la nota pari più piccola è il vero suono fondamentale dell’accordo.
  4. Verificare se esistono numeri pari: se non esistono, la nota fondamentale sarà quella dispari più piccola (cioè la 1: l’accordo è in posizione fondamentale).

Come portare allo stato fondamentale un accordo rivoltato.

Le operazioni che si dovranno fare per portare allo stato fondamentale un accordo rivoltato, sono pressoché simili a quelle utilizzate per la ricerca del vero fondamentale.

La prima cosa da fare sarà mettere i numeri vicino alle note, partendo dal suono più basso, per eseguire l’analisi.

In base alla regola, sappiamo che il vero fondamentale è rappresentato dal numero pari più piccolo.

Per portare un accordo allo stato fondamentale dobbiamo riscriverlo sovrapponendo i suoni in quest’ordine: rima tutti i suoni pari, mettendo alla base il più piccolo e, finiti i suoni pari, mettendo alla base il più piccolo e, finiti i suoni con il numero pari, sovrapporre quelli dispari, sempre partendo dal più piccolo.

Per verificare se la trasformazione dallo stato di rivolto allo stato fondamentale è riuscita, controllare l’accordo che ne è derivato. Per essere esatto dovrà presentare la sovrapposizione di due terze, quindi portare la seguente numerazione: 1 – 3 – 5.

Ricorda:

  1. L’accordo prende il nome dalla nota che è vera fondamentale.
  2. L’analisi del modo va fatta quando l’accordo è in posizione di vera fondamentale.

L’accordo di quattro suoni

Finora abbiamo parlato degli accordi formati da tre suoni (triadi).

Nel corso della tua esperienza musicale potrai utilizzare anche accordi formati da quattro suoni.

Questi accordi si chiamano quadriadi o accordi di settima.

Questi accordi sono formati da una triade, a cui viene sovrapposto un quarto suono, a distanza ancora di una terza.

Prendendo come punto di partenza il Do, avremo, per esempio:

Do – Mi – Sol – Si (1 – 3 – 5 – 7 ).

Proviamo a suonare, con una tastiera, le note sopra riportate. Ascoltiamo il risultato sonoro di quest’accordo e confrontiamolo con quello formato da soli tre note.

Il primo accordo è sicuramente un insieme di note che produce una sensazione “di moto” o “di movimento”. Dà un senso d’instabilità. Su quest’accordo difficilmente si termina un brano musicale. Al contrario, il secondo accordo produce nell’ascoltatore un senso di stabilità e staticità, quindi è un accordo sul quale si può terminare un brano.

Dunque basta aggiungere una nota ad un accordo per cambiare la sua sonorità e la sua funzione.

L’accordo di settima maggiore

L’accordo di settima maggiore è così costituito: Do – Mi – Sol – Si (1 – 3 – 5 – 7)
2 toni + 1 tono e mezzo + 2 toni.

accordo di settima maggiore

L’accordo di settima di Dominate

L’accordo di settima di Dominante si chiama così perché si forma a partire dal quinto grado (Dominante) della scala maggiore, ed è cosi costituito: Do – Mi – Sol – Sib (1 – 3 – 5 – 7)
2 toni + 1 tono e mezzo + 1 tono e mezzo.

accordo di settima dominante

I rapporti in altezza tra le note

L’intervallo
Un intervallo è la distanza che intercorre tra due note di altezza diverse.
Per calcolare un intervallo, cioè la distanza tra due note, si parte dalla nota più bassa fra le due che lo formano e si contano tutti i nomi che separano il primo suono dal secondo, estremi compresi. L’intervallo si esprime con cifre arabe, non con numeri romani.
Un intervallo si dice ascendente se la prima nota è più grave della seconda; viceversa è discendente se la seconda nota è più grave della prima.
Per calcolare un intervallo, sia esso ascendente o discendente, si prende sempre in considerazione la distanza tra la nota più grave e quella più acuta, e non viceversa.

Tono e semitono
Prendiamo in considerazione la tastiera di un pianoforte.

tono e semitono

I tasti bianchi e i tasti neri si alternano, ma non sempre. Si formano così dei gruppi, che si alternano regolarmente, formati rispettivamente da due e da tre tasti neri.
La distanza più breve che intercorre tra due suoni e di un semitono o mezzo tono.
Eseguendo la scala in senso ascendente vediamo che il tasto più vicino al tasto bianco è il Do è quello nero. Infatti, per inserire il tasto nero si sono dovuti “tagliare” i due tasti bianchi. Il suono più vicino al Do è quello che è prodotto con il tasto nero: fra il DO e il tasto nero passa un semitono.
Abbiamo determinato le seguenti distanze:
• Fra il Do e il tasto nero superiore passa un semitono.
• Fra il tasto nero e il Re passa un semitono.
Quindi, facendo una semplice addizione, possiamo dire che fra il Do e il Re passa un tono intero.
Infatti, due semitoni (mezzi toni) insieme formano un tono.
Il tasto più vicino al Mi, in senso ascendente, è quello bianco che produce il Fa. Mettendo in pratica la regola imparata, possiamo dire quindi che la distanza fra il Mi e il Fa è di un semitono.
Nella scala, anche fra il Si e il Do manca un tasto nero; anche questa distanza , quindi, è di un semitono.
Fra tutti gli altri suoni della scala, la distanza che intercorre è di un tono.
Le alterazioni musicali: diesis e bemolli
Il nome delle note nere dipende dalla nota bianca che precede o segue. Le note prodotte dai tasti neri possono essere viste come suoni “abbassati” o “alzati” rispetto alle note bianche che formano la scala di Do (ossia la successione di otto note: Do Re Mi Fa Sol la Si Do).
Per indicare sul pentagramma che un suono è alzato o abbassato, si deve far uso delle alterazioni o accidenti musicali, che sono il diesis (#) e il bemolle (b).
Il diesis serve per far crescere l’altezza di una nota di un semitono. Il bemolle invece produce l’effetto contrario del diesis: abbassa una nota di un semitono.
Questi segni sono messi davanti al suono che si vuole alterare.

diesis e bemolli

Alterazioni costanti e transitorie
In un brano musicale possiamo avere delle alterazioni che si fanno sentire per tutta la durata del brano, mentre altre possono essere eseguite a richiesta solo in certi momenti.
Un’alterazione si dice costante quando altera la nota ad essa corrispondente per tutta la data del brano. In questo caso essa è posta all’inizio del pentagramma tra la chiave di e l’indicazione del tempo.
Un’alterazione è detta, invece, transitoria quando si scrive all’interno di una battuta; ha la funzione di alterare sia la nota davanti alla quale è posta sia tutte le altre contenute nella stessa battuta aventi la medesima altezza: al di fuori di quella misura l’alterazione non ha più alcun valore.
A volte un compositore può voler togliere un’alterazione, costante o transitoria.
Per annullare l’effetto ascendente o discendente del # o del b il compositore utilizza un segno chiamato bequadro. bequadro
Il bequadro toglie l’alterazione solo per una battuta, se si trova all’interno del pentagramma; se invece è posto subito dopo la chiave, toglie l’alterazione ( o alterazioni) per tutte le battute seguenti.

alterazioni
Esistono anche il doppio diesis (X) e il doppio bemolle (bb). La loro funzione è quella di aumentare una nota non di un semitono, ma di un tono. Per annullare il loro effetto si utilizza il doppio bequadro.

alterazione grafia effetto
I suoni omofoni
In musica due note, anche se scritte in maniera diversa, possono produrre un suono alla medesima altezza.
Questi suoni si chiamano omofoni (dal greco omo = stesso, fono = suono).
Immaginiamo di dividere in decimi la distanza di un tono che separa le note Do – Re. Al numero 0 corrisponde il tasto Do, al dieci il tasto Re, al 5 il tasto nero:
Se dunque si chiede di eseguire un Do diesis si porterà l’altezza della nota dallo 0 al 5; Se al contrario si chiede di eseguire la nota Re bemolle, si dovrà scendere di mezzo tono dal suono Re, e ci si porterà all’altezza del 5.
Ne consegue che sia il suono Do diesis sia il suono Re bemolle vengono effettuati sullo stesso tasto nero. I suoni Do diesis e Re bemolle sono dunque suoni omofoni perché producono lo stesso suono, benché abbiano un nome diverso e siano scritte in modo diverso.
Nella ricerca dei suoni omofoni si dovrà fare molta attenzione alle note nelle quali passa già il semitono (Mi – Fa e Si – Do).
Se, infatti, c’è chiesto di stabilire il suono omofono di Mi, dovremmo fare le seguenti considerazioni:
• Fra il Mi e il Fa passa un semitono.
• Se si trasforma il Mi in Mi diesis, significa che si alza il suono di mezzo tono e quindi lo si porta alla stessa altezza del suono del Fa.
Pertanto i suoni Mi diesis e Fa sono omofoni.
Allo stesso modo, Mi e Fa bemolle daranno lo stesso suono.

suoni omofoni

Le scale musicali
La scala musicale è una successione di note contigue (vicine).
Per farti un’idea del concetto di scala, immagina la scala che si utilizza nelle abitazioni per andare ai piani superiori o inferiori: essa ci porta gradualmente, scalino dopo scalino (in musica nota dopo nota) verso l’alto o verso il basso.
Se si eseguono i suoni in questa successione, si produce una scala che può essere ascendente o discendente a seconda che la partenza venga dall’alto o dal basso.
La scala diatonica
Una scala di si dice diatonica se è composta da sette suoni di nome diverso l’uno dall’altro ( per es. Do – Re – Mi – Fa – Sol – La – Si – Do ), che procedono per toni e semitoni diatonici.

scala do maggiore

Ciascuno dei sette suoni, detti anche gradi della scala, possiede un nome differente a seconda della posizione in cui si trova e della funzione che svolge all’interno del contesto musicale, come puoi vedere dalla tabella che segue.

gradi scala diatonica

La scala cromatica
La scala cromatica è formata dai 12 semitoni compresi fra la nota di partenza e quella di arrivo di una qualsiasi scala musicale.
I gradi della scala cromatica non sono classificati come quelli della scala diatonica: nella scala cromatica infatti non c’è un suono più importante di un altro perché la scala è perfettamente suddivisa in 12 parti uguali: pertanto ogni suono ha le stesse caratteristiche degli undici della stessa scala e quindi stessa valenza.

scala cromatica

La scala maggiore
La scala diatonica può essere di modo maggiore o minore. Il modo è determinato dalla distanza che intercorre fra una nota e l’altra della scala stessa.
La scala di Do maggiore servirà come modello da quale ricavare lo schema per costruire tutte le scale maggiori partendo da qualsiasi nota.

la scala maggiore

La scala maggiore è formata da 2 toni, 1 semitono, 3 toni, un semitono.
I semitoni passano tra i suoni Mi e Fa e Si e Do; tra tutti gli altri suoni passa un tono intero.
La scala maggiore ha il semitono fra i gradi III – IV, VII – VIII, sia salendo sia discendendo. Fra tutti gli altri suoni passa un tono intero.
Se vogliamo quindi costruire una scala maggiore partendo da un altro suono, dovremo utilizzare lo stesso schema, scegliendo le varie note in modo che fra un grado e il successivo vi sia un intervallo di un tono, fuorché fra il III e il IV grado e il VII e l’VIII, che devono essere separati da un semitono.
Nel costruire una scala partendo da una nota diversa dal DO, dovrai utilizzare le alterazioni musicali.
Le scale minori
La differenza fra una scala maggiore e una scala minore risiede nella diversa posizione dei toni e semitoni.
Gli effetti musicali prodotti dall’esecuzione di musiche in modo maggiore o minore sono contrastanti:
a seconda delle sensazioni che si vogliono suscitare si utilizza una scala oppure l’altra.
Mentre esiste un solo modello di scala maggiore, esistono molti tipi diversi di scala minore.
Quelli più utilizzati nella pratica musicale sono i seguenti:
• Scala minore naturale
• Scala minore armonica
• Scala minore melodica
La scala minore naturale ha il semitono fra il II e il III grado e il V e il VI, sia salendo sia scendendo.
La scala minore armonica ha il semitono fra il II e III, V – VI, VII – VIII sia salendo che discendendo. In questo modo, l’intervallo VI – VII diventa di 1 tono e mezzo.
La scala minore melodica (è quella più usata) ha il semitono in posizione diversa quando sale rispetto a quando scende:
Salendo il semitono si trova fra il II e il III grado e tra il VII e l’VIII grado.
Discendendo il semitono passa tra il V e il IV e tra il III e il II come nella scala minore naturale.

le scale minori

I modi maggiore e minore all’interno dei brani musicali
I compositori occidentali dal seicento circa utilizzano, come base delle loro composizioni, le scale maggiori e minori per conferire ai loro brani le sensazioni più svariate.
• Le sensazioni espresse dai brani scritti in modo minore sono generalmente tristi e malinconiche mentre quelle scritte in modo maggiore allegre, maestose, spensierate.
• Cambiando il modo ad un brano musicale gli si conferisce un carattere totalmente diverso da quello originale.
Diesis e bemolli relativi alle scale musicali
I compositori, per non dover mettere diesis e bemolli in ogni battuta dello spartito, pongono le alterazioni all’interno del brano, subito dopo la chiave. In questo modo gli accidenti musicali diventano costanti, hanno cioè un effetto che dura per tutte le battute del pentagramma.
Ogni scala, maggiore o minore che sia, eccetto la scala di Do maggiore (per la formazione della quale non occorrono né diesis né bemolli) è caratterizzata da una o più alterazioni.

il circolo delle quinte